Global Sumud Flotilla: verso Gaza, tra umanità, politica e tensioni internazionali

La Global Sumud Flotilla ha lasciato le coste di Creta e naviga verso la Striscia di Gaza, con l’obiettivo di consegnare aiuti umanitari e rompere simbolicamente l’assedio che da anni soffoca la popolazione palestinese. A bordo, attivisti da 44 paesi, tra cui Italia, Spagna, Grecia e Tunisia, decisi a portare un messaggio di solidarietà e resistenza civile. Nonostante un guasto meccanico a una delle navi guida (Family), attacchi notturni e l’ombra di un possibile attacco militare, la Flotilla ha scelto di proseguire il viaggio, forte dello spirito di Sumud – un termine arabo che significa “resilienza”.

La missione non si limita alla consegna di viveri. “Questa non è una catastrofe naturale, è il frutto di un assedio. La nostra presenza ha un valore politico oltre che umanitario”, hanno dichiarato i portavoce, dopo aver respinto la proposta italiana di far scaricare gli aiuti a Cipro, per poi inviarli a Gaza tramite il Patriarcato di Gerusalemme.

Secondo gli attivisti, deviare la missione significherebbe legittimare il blocco. La scelta è quindi netta: arrivare il più vicino possibile a Gaza, anche solo in acque internazionali, per attirare l’attenzione globale. La missione ha acceso il dibattito internazionale. In Italia, il governo ha adottato una linea prudente. La fregata Alpino è stata inviata per garantire supporto logistico e sicurezza ai connazionali, ma la Farnesina ha avvertito: “Oltre il limite delle acque internazionali, non possiamo garantire protezione”.

Il leader della Lega Matteo Salvini ha definito la Flotilla “una provocazione” e invitato a consegnare gli aiuti alla Chiesa cattolica. Ma anche la CEI, con il cardinale Matteo Zuppi, ha riconosciuto la necessità di fare arrivare concretamente i viveri alla popolazione, sottolineando la gravità della crisi umanitaria. Nel frattempo, i sindacati italiani USB e Cobas hanno annunciato mobilitazioni e scioperi in caso di attacchi contro le imbarcazioni. La tensione cresce anche a livello diplomatico: la Spagna ha inviato la nave militare Furor, con funzioni di soccorso, mentre il Belgio ha richiesto assistenza per i propri cittadini a bordo.

La risposta israeliana è stata netta. La viceministra degli Esteri Sharren Haskel ha definito la missione una “messa in scena finanziata da Hamas”, affermando che gli aiuti trasportati sono irrisori rispetto a quelli già consegnati tramite i canali ONU. Il ministro Gideon Sa’ar ha ribadito che il blocco navale non verrà violato. A Tel Aviv, il governo è fermo: nessuna nave civile sarà autorizzata ad avvicinarsi alla costa di Gaza. Le minacce di azioni militari sono esplicite, e il rischio di escalation concreta è altissimo.

A circa 600 miglia nautiche dalla destinazione, la Flotilla continua la sua traversata, scortata da navi europee ma consapevole che, al confine delle acque israeliane, si entra in un territorio senza garanzie. Nel frattempo, a livello internazionale, si discute di riconoscimento dello Stato di Palestina, di embargo su Israele e persino di soluzioni politiche ad interim per il dopoguerra. Ma la realtà sul mare resta quella di una cinquantina di barche, cariche di cibo, medicine e speranza, in viaggio verso un popolo affamato e dimenticato.

La Global Sumud Flotilla è diventata più di una missione umanitaria: è un simbolo. Di resistenza, di disobbedienza civile, di un’umanità che — nonostante tutto — tenta ancora di farsi sentire.

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