“E poi scegliere con cura le parole”: Mauro Ermanno Giovanardi e il peso necessario del dire
C’è un momento, nella carriera di alcuni artisti, in cui la musica smette di essere soltanto forma e diventa misura del tempo interiore. Con “E poi scegliere con cura le parole”, Mauro Ermanno Giovanardi torna a quel punto preciso: quello in cui ogni frase non è più solo scrittura, ma responsabilità. Non è un caso che il titolo stesso del disco suoni come una dichiarazione d’intenti. In un’epoca in cui tutto accelera — produzione, consumo, linguaggio — Giovanardi sceglie la direzione opposta: rallentare, sottrarre, pesare. E soprattutto, scegliere. Come se ogni parola dovesse essere guadagnata, non semplicemente detta.
Il nuovo album, uscito il 20 marzo 2026 per Woodworm, arriva dopo un percorso lungo e stratificato, quasi carsico. Un lavoro nato prima della pandemia e poi rimodellato nel tempo, tra pause, riscritture e nuove direzioni sonore. Non è un disco “di rientro”, ma piuttosto un disco di consolidamento: della voce, della poetica, e di un’identità che Giovanardi ha sempre tenuto sospesa tra canzone d’autore e tensione sperimentale.
Se nei lavori storici il suo mondo era spesso costruito su atmosfere più classiche o alternative, qui il baricentro si sposta. L’elettronica diventa struttura portante, ma non invade: accompagna, sostiene, lascia spazio. È un’elettronica sobria, quasi trattenuta, che non vuole mai rubare la scena alla voce. Perché qui la voce è davvero il centro del progetto: fragile, controllata, sempre in equilibrio tra confessione e distanza.
Uno degli aspetti più interessanti del disco è la scrittura condivisa. Giovanardi non lavora da solo, ma costruisce un vero e proprio laboratorio di autori: tra gli altri Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà, Cheope e Alessandro Cremonesi. Non si tratta di collaborazioni ornamentali, ma di un vero allargamento del linguaggio. Ogni brano sembra il risultato di una tensione collettiva verso una forma più precisa di espressione. Come se la parola, per essere davvero “scelta con cura”, avesse bisogno di più sguardi. Dentro il disco si avverte costantemente un’idea di tempo non lineare: memoria, perdita, maturità, disillusione. Brani come “La coscienza della mia generazione” o “Anni zero” sembrano muoversi tra bilanci e consapevolezze, senza mai scivolare nella nostalgia pura. Non c’è romanticismo del passato, ma una lucidità quasi chirurgica. Come se Giovanardi osservasse la propria storia artistica senza indulgere, ma anche senza rinnegarla.
Il risultato è un lavoro che non cerca sintesi definitive. Non chiude cerchi, non mette punti fermi. Piuttosto lascia aperture, pause, spazi vuoti. Ed è forse qui che il disco trova la sua forza maggiore: nell’idea che dire meno non significhi dire di meno, ma dire meglio. In un panorama spesso dominato dall’eccesso, “E poi scegliere con cura le parole” è un promemoria semplice e radicale: la musica, prima di tutto, è ancora una questione di attenzione.


