Rolling Stones, Foreign Tongues: il rock non ha ancora chiuso i conti

Il problema con i Rolling Stones è sempre lo stesso: qualsiasi nuovo disco viene inevitabilmente messo davanti alla loro storia. È un confronto quasi impossibile da evitare. Da una parte ci sono album che hanno cambiato il rock, dall’altra una band che oggi deve misurarsi con un passato enorme e con un pubblico che, spesso, vorrebbe semplicemente risentire quello che conosce già. Foreign Tongues prova a sfuggire a questa trappola. Non cerca di ricostruire Exile on Main St., non pretende di riportare indietro le lancette e non ha l’ambizione di dimostrare che gli Stones del 2026 siano ancora quelli degli anni Settanta. La band prende invece il proprio linguaggio e lo porta nel presente, con una produzione affidata ad Andrew Watt che punta su un suono grosso, pulito e decisamente contemporaneo.

È proprio la produzione uno degli aspetti più discutibili del disco. Le chitarre hanno peso, la batteria spinge e tutto arriva all’ascoltatore con grande chiarezza, ma in alcuni momenti si sente la mancanza di quella sporcizia che ha sempre rappresentato una parte importante del fascino degli Stones. Il loro rock ha spesso funzionato meglio quando sembrava sul punto di perdere il controllo. Qui, invece, tutto è molto più ordinato. Non significa che il disco sia sterile. Al contrario. Jagger continua a essere il principale elemento di movimento: la voce porta ancora quella combinazione di arroganza, ironia e sensualità che è diventata il marchio della band. Non importa che gli anni siano passati: quando entra su un brano degli Stones, Jagger riesce ancora a farlo sembrare un brano degli Stones. Keith Richards è meno protagonista rispetto al passato, ma la sua presenza resta decisiva. Non è necessario che suoni ogni parte per essere riconoscibile: basta un riff, un’impostazione ritmica, una chitarra lasciata respirare nel modo giusto. Ronnie Wood completa il quadro e, ancora una volta, dimostra di essere molto più che il semplice chitarrista arrivato dopo Mick Taylor.

Il risultato è un album che funziona soprattutto quando la band smette di pensare alla propria leggenda. Nei momenti migliori, Foreign Tongues è semplicemente un disco rock. Non chiede all’ascoltatore di fare i conti con sessant’anni di storia prima di premere play. Chiede soltanto di ascoltare. Gli ospiti, numerosi, rischiavano di trasformare il progetto in una collezione di nomi importanti. Fortunatamente non succede. La loro presenza arricchisce alcune tracce senza diventare il motivo principale per cui ascoltare l’album. È una scelta intelligente: a questo punto della carriera, agli Stones non servono collaborazioni per dimostrare di avere un posto nella storia. Dove Foreign Tongues convince meno è nella continuità. Alcuni brani hanno personalità e rimangono in testa, altri sembrano più che altro riempire lo spazio. È un problema comune nei dischi di band con una carriera così lunga: quando il repertorio è immenso, il nuovo materiale deve essere davvero eccezionale per non sembrare semplicemente “altro materiale degli Stones”.

Ed è qui che bisogna essere onesti. Foreign Tongues non è Sticky Fingers, non è Let It Bleed e non è Exile on Main St.. Ma non deve esserlo. Sarebbe una richiesta assurda e, soprattutto, poco interessante. Il valore del disco sta altrove. Sta nel fatto che una band che potrebbe tranquillamente vivere di repertorio continua a entrare in studio, scrivere canzoni e cercare un suono contemporaneo. Non tutte le idee funzionano allo stesso modo, ma il tentativo è reale. Alla fine, Foreign Tongues lascia una sensazione precisa: i Rolling Stones non hanno bisogno di convincere nessuno di essere ancora importanti. Devono soltanto dimostrare di avere ancora qualcosa da suonare. Non è il loro nuovo capolavoro. È qualcosa di più semplice e, forse, più interessante: un altro disco dei Rolling Stones che ha ancora una ragione per esistere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.