Sonny Rollins, l’ultimo gigante del jazz moderno
C’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che con la morte di Sonny Rollins, avvenuta a 95 anni nella sua casa di Woodstock, sembri chiudersi definitivamente un’epoca del jazz americano. Non solo perché Rollins era uno degli ultimi sopravvissuti della generazione bebop, ma perché rappresentava un’idea quasi irripetibile di musicista: feroce nella disciplina, spirituale nella ricerca, rivoluzionario senza bisogno di proclami.
Per decenni è stato chiamato “Saxophone Colossus”, dal titolo del suo album più celebre del 1956. Ma ridurre Rollins a un monumento del jazz sarebbe un errore. La sua grandezza non stava soltanto nel suono enorme del suo sax tenore o nella capacità vertiginosa di improvvisare: stava soprattutto nell’inquietudine. Sonny Rollins non ha mai smesso di mettersi in discussione.
Nato ad Harlem nel 1930 da una famiglia originaria delle Isole Vergini, cresce in una New York in cui il jazz non era ancora storia, ma strada, sudore, sopravvivenza. Da adolescente incrocia i giganti: Charlie Parker, Thelonious Monk, Miles Davis. Eppure, già nei primi anni Cinquanta, il suo fraseggio sembra provenire da un altro luogo. Più aperto, più narrativo, meno interessato al virtuosismo come esibizione e più alla costruzione di un discorso musicale vivo, imprevedibile.
Album come Tenor Madness, Way Out West e Freedom Suite non hanno semplicemente definito l’hard bop: hanno cambiato il modo di concepire il sax nel jazz moderno. Rollins riusciva a essere tecnico e ironico nello stesso assolo, astratto e popolare nello stesso respiro. Poteva partire da una filastrocca, da uno standard dimenticato o da una melodia caraibica e trasformarla in un viaggio mentale di venti minuti.
E poi c’è la leggenda del ponte.
Alla fine degli anni Cinquanta, proprio quando il mondo lo consacra come genio assoluto, Rollins sparisce. Niente concerti, niente tournée. Per quasi due anni si rifugia sul Williamsburg Bridge di New York a studiare il sax da solo, ore e ore al giorno, lontano dagli appartamenti dove avrebbe disturbato i vicini. Una storia diventata mitologia jazz, ma che racconta soprattutto il carattere dell’uomo: un artista incapace di accontentarsi persino del proprio successo.
Quando ritorna, pubblica The Bridge: non un comeback celebrativo, ma un disco di trasformazione. Da lì in avanti Rollins continuerà a cambiare pelle, attraversando free jazz, spiritualità orientale, minimalismo, calypso e improvvisazione radicale senza mai perdere la propria identità sonora.
Anche il rock, a un certo punto, si accorge di lui. Nel 1981 il suo sax entra dentro Tattoo You dei The Rolling Stones, soprattutto nella malinconica “Waiting on a Friend”, regalando al brano una profondità quasi crepuscolare. Era la prova che Rollins poteva dialogare con chiunque senza perdere un grammo della sua statura artistica.
Negli ultimi anni la salute lo aveva allontanato dalle scene. Problemi respiratori e fragilità fisiche lo avevano costretto al ritiro già dal 2014. Ma la sua presenza nel jazz contemporaneo è rimasta enorme, quasi spirituale. Per generazioni di musicisti è stato il modello definitivo dell’improvvisatore totale: uno che sul palco sembrava pensare ad alta voce attraverso il sax.
Oggi, mentre il mondo della musica lo saluta, resta soprattutto una sensazione: quella di aver perso non solo un musicista, ma una certa idea di libertà artistica. Sonny Rollins suonava come se ogni assolo fosse una domanda aperta. E forse è questo il motivo per cui continua a sembrare contemporaneo anche adesso.
Perché il jazz, nelle sue mani, non era nostalgia. Era ricerca continua.



